

Intervista tradotta da Transworld Publishing - 2002
Ad oggi non sono certo di aver avuto in mente qualcosa di così ambizioso come una serie di dieci libri quando ho iniziato I Giardini della Luna. Stavamo soffrendo di fame in paradiso, disoccupati in Saltspring Island, e mia moglie era incinta. Sbarcavamo il lunario con dei lavoretti qua e là, e quello che rimaneva di una borsa di studio del governo canadese per una raccolta di storie brevi che avevano trovato un editore. La casa in cui vivevamo era di ottocento piedi quadrati, quattrocento sopra, quattrocento sotto, con il piano superiore che serviva da camera da letto e studio.
Scrivevo dalle sei alle sette ore al giorno, tentando di mettere assieme una complicata avventura che andava fuori dai peggiori clichè del fantasy – con un coltello affilato. Molti dei dettagli del mondo e dei personaggi provenivano da una campagna di gioco di ruolo che era andata avanti per anni, ma molto della storia l’ho inventata sul momento. Avevo una cartina nel muro, accanto alla grande finestra che guardava sulle cime degli alberi dove le aquile calve facevano il nido, e questa cartina era il lavoro in progresso che prendeva forma assieme al romanzo. Dal gioco di ruolo venne, più che altro, l’atmosfera, e gli intrighi intessuti nei fili più oscuri.
Suppongo che l’idea di una trilogia balenò nella mia mente (sebbene le stesse trilogie diventarono dei clichè), ma più di tutto, mi stavo divertendo, e penso che il piacere di quella scrittura – anche dopo una mezza dozzina di revisioni – è ancora presente ne I Giardini della Luna. Se non riesci a vedere il sorriso dell’autore in ciascuna pagina di quel libro, allora non l'hai capito.
Il fatto è che un intero mondo si apre quando si scrive un libro. I personaggi vengono fuori vivendo e respirando, e sono meno inventati che rivelati. Posseggono le storie che raggiungono l’altra faccia di Pagina Uno, e quando l’ultima pagina è finita non vanno via. Il mondo non finisce. Vive. Come qualcosa che mendica per un’immersione, diventa un posto in cui vuoi tornare – certamente come uno scrittore, e spero anche come un lettore.
L’idea di una trilogia prese forma, poi un quarto romanzo, un quinto, e mi divenne chiaro che un arco della storia, in particolare, richiedeva anche di più. In un certo senso, ha dimostrato la più semplice delle linee narrative: la complessità viene dal cambio delle scene, nel background degli eventi che comprendono la costruzione di tutte quelle circostanze di cui ha bisogno quel singolo arco. E questo mi ha dato quello che volevo di più – due livelli di struttura. Posso scrivere ogni romanzo come se fosse un romanzo fine a sé stesso, in termini di narrazione, anche se ho odiato e continuo ad odiare di cuore le storie che tengono con il fiato sospeso fino alla fine. E allo stesso tempo posso dipingere un più grande disegno, pezzo per pezzo, che trova la soluzione finale con il decimo romanzo.
Così, il Libro Malazan dei Caduti…
Traduzione di Anomader Rake.
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